Mi va bene il mediamente

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Così ho smesso di fare la guerra.  Alle mie convinzioni preconfezionate, incartate anche se anche anticonvenzionali, dove tutto era sempre possibile, ma sempre così statiche che restavano così ferme da diventare vecchie, vecchie prima di me.

Non è che vengo in pace come Cristo, ne che torno in pace dopo mesi di silenzio, ne che ho fatto pace con qualcuno, e nemmeno che ho superato la morte di mio padre, o che sto accettando il fatto che vado avanti a cortisone per colpa della schiena che forse nasconde qualcosa un’altra volta, ho che ho preso qualche decisione strana,  ma è che mi va bene il mediamente. Il mediamente bene.

Trovo ogni giorno persone nuove e fondamentalmente belle, che quelle vecchie e ormai diverse perdono quell’odore e quel valore che una volta sapeva sempre di meglio. Meglio sempre. Meglio per sempre.

Forse non si tratta di superare, ma di accorgersi di essere diversi. A tratti, diversi. E di lasciare in pace, stando in pace.

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A me i sogni non me li toglie l’amore

Pensavo fosse amore invece era un BigMac

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Non le riesco a far capire che sta facendo la cosa sbagliata (ad andare a lavorare da macdonald a foligno, dopo che io mi sono trasferita a Perugia a casa sua da Parigi dove stavo).

E in questo modo, non mi piace più. Anzi, la cosa peggiore, è che non mi piaccio più io con lei. Con Barbara. Sta come cercando di cambiare quella che mi ero ripromessa di non essere, o forse, quella che davvero non sono più. E questa volta mollo prima io. Mollo prima del botto, soprattutto. Mollo prima che arrivi puntuale l’eroina a farmi da copertina di Linus, mollo prima.

Non mi piace più questo odore. Non mi piace più nessuna iniziativa. La vedo come una patologica imperterrita caduta cadente in una terra del sempre uguale a quello che ha già vissuto lei. Che non vuole cambiare. Io non voglio entrare nella sua vita, soprattutto non voglio entrare in quella che ha già vissuto.

Preferisco stare sola.

Devo trovare la forza di lasciarla.

E di riprendere in mano la mia vita senza abbandonarmi a quello che non voglio per me stessa.

Parigi non mi è piaciuta dal momento in cui ho iniziato ad avere una relazione a distanza. E credo che sia normale. Nessuno ha il sogno di vivere un amore a distanza. Poi mi trovo qui a Perugia, e lei se ne va a lavorare da un altra parte. Cercando di convincvermi che non c’era scelta.

E l’amore a distanza torna.

Non voglio distanze. Non voglio più faticare con l’amore. E credo di non volere proprio più amore dopo questa ennesima cosa.

Mi piacciono le persone. Mi continuano a piacere le persone. Quelle che ci provano e che si buttano. Che rischiano, non per me, ma per loro stesse. E quelle che ci provano con me.  Mi piacciono quelle escono dalle sabbie mobili, quelle non si danno per vinte e quelle che anche se non ci riescono ci riprovano.

Perchè finchè c’è vita c’è speranza. Finchè c’è vita c’è cambiamento. Finchè ci sono sogni c’è cambiamento.

E a me, i sogni, non me li toglie mica l’amore.

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Destinazione Paradiso

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Sono a Parigi da un paio di settimane. Le ultime due settimane. Domani torno.

Negli ultimi dieci mesi ho preso tredici aerei, o forse più, e ho pensato che iniziano a essere troppi. Che sono troppi i soldi che sto spendendo. Che sono troppe le energie che ho investito in due cose completamente diverse tra loro. In due vite.

Barbara si vuol convincere che sia io ad aver fatto il passo più lungo della gamba. Io le ho detto che è inutile che libera gli armadi anche per me se io da lei poi non ci vado a vivere (i modi, devo migliorare i modi…); o meglio, se lei mi diventa una Nicolettadue, una che mi lavora da un’altra parte tutto il giornoA, e nella sua casa ci devo star io da sola. E forse, ancora peggio dell’originale, perchè Barbara ha la possibilità di cambiare vita insieme a me e di costruire qualcosa di nuovo insieme a me. Di venire a Parigi insomma. Dove avrebbe la possibilità di fare tutto. E al momento avrebbe anche i soldi della liquidazione, e avrebbe la disoccupazione, e avrebbe noi.  Io a Perugia che possibilità ho?

Insomma Barbara si trova davanti a quel bivio in cui tutti almeno una volta nella vita devono scegliere. Lei sceglie l’uguale … lei sceglie il suo vecchio lavoro a condizioni peggiori. Lei sceglie di farsi due ore di viaggio ogni giorno, e lei sceglie la sua famiglia.

Lei non sceglie me.

Lei sceglie di non scegliere. Lei sceglie di non scegliere (noi). In fondo, almeno, Nicoletta, non se l’è nemmeno mai posto il problema. Per lei esisteva solo lei.

E quanta sofferenza inutile.

Eppure torno io.

E io dico a Barbara che ci proviamo lo stesso. Che Parigi resta sempre, perchè questo l’ho proprio imparato. Che posso tornarci in settembre. Che sono molto contenta di lasciare questa casa.

E in fondo è proprio vero. Di questa casa non ne posso più, e se mai ne avrò una ne voglio una mia. Sei o sette coinquiline in due anni e mezzo mi hanno insegnato l’arte del sopportare, l”arte del vorrei ma non posso, l’arte del compromesso… più o meno.

Ma anche quella dell’essere felice per gli altri. E del ridere a crepapelle.

Ma mi basta così. Ho aspettato. Ho lavorato (cosa che spero di non rifare più in vita mia). Ho cambiato idea. Ho di nuovo ricambiato idea. Ho dato tante possibilità a tutti. Ho provato a capirmi. E ho anche provato a capire. Sono stata umile e moderata. E poi dopo che è morto mio padre improvvisamente arrogante e convinta di me.

Sono un vaso senza fondo.

I tempi non hanno mai coinciso. E i momenti sono stati sempre sbagliati.

Tutto è diventato molto confuso e fatto solo di miei progetti, mai condivisi ne condivisibili.

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Di compleanni e altre violenze

Aprile dolce soffrire.

Un paio di settimane fa ho soppresso il mio cane. Si chiamava Schizzo, perchè quando l’ho preso ancora mi facevo le pere ed ero una di quelle specie di punkabbancomat che danno ai propri cani quei nomi che simbolicamente si riferiscono alla droga: schizzo, sbrega, rigo, brown, bianca e via dicendo. Schizzo aveva un tumore, e sarebbe morto di li a poco, soffriva, e mia madre ha aspettato che io tornassi da Parigi per andare dal veterinario assieme. Pagare 40 euro per sopprimere Schizzo mi è sembrato davvero troppo poco per tutto quello che mi ha dato.

Dopo qualche giorno dalla morte di Schizzo io e Barbara compivamo un anno: il 18 aprile ecco che già stiamo insieme da un anno. Ci siamo fatte quei regali importanti, che simbolicamente richiamano all’ottimismo per la vita. Le chiavi di casa (sua), l’album di foto, e addirirttura la catenina dei suoi nonni.

Il 20 aprile come tutti gli anni compivo gli anni. La sera prima io e Barbara abbiamo litigato, e mi ha dato uno schiaffone.

Aprile dolce soffrire.

Dopo lo schiaffone, le urla e le spinte, se ne è andata (da casa sua), poi è ritornata, poi il giorno dopo ne abbiamo parlato e infine ho scartato i regali e compiuto gli anni.

Alla fine ho prenotato un volo per Parigi, e fra pochi giorni riparto.

Il momento dello schiaffo è stato come tornare indietro a due o tre anni fa: mi sono rivista Nicoletta ed esattamente la sua faccia, e proprio quell’impotenza, e quell’essere esausti di fronte a un incomprensione che non sa essere affrontata ne da me ne dall’altra persona. Le braccia nel collo di nicoletta, la mano di Barbara.

Esagerata. Queste sarebbero le loro parole. Quanto lo so.

Ma quanto mi fa incazzare. Perchè non ce ne era bisogno.

Il fatto che mi trovi sempre davanti a persone che alzano le mani è comunque un segnale che io cerchi quel tipo di persone.

Penso anche che io a volte spingo le persone a tirar fuori questo loro lato piuttosto animale. Dopo che con Nicoletta anche io alla violenza risposi con violenza, con Barbara so di poterlo non fare, e non l’ho fatto. Nonostante ciò, questo mi provoca un forte vuoto dentro perchè mi trovo davanti ad una persona che non sa gestire le sue emozioni e ha bisogno di alzare le mani per rinsavire o per farmi rinsavire – come dice lei.

L’unica cosa che io so, e che ho imparato, è che gli altri non li salviamo noi. Che le persone molto poco spesso cambiano. E soprattutto che gli anni si compiono una volta sola e che dei compleanni ti ricordi. E che forse Barbara non poteva farmi regalo migliore di questo. Farmi vedere anche questo suo lato. Tutte le sue debolezze e tutte le sue crepe, in modo che il piatto sia di creta e non di porcellana, e che abbia anche lei la consapevolezza che le intenzioni non bastano.

Aprile dolce soffrire.

Chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Da Parigi sono venuta via qualche giorno fa, così, con nello zaino quelle scuse che si usano per dire “Parigi ti amo ma ti lascio”, così come se in fondo fosse una di quelle scelte obbligate che il buon senso ti porta a fare.

Effettivamente succederà che fra un paio di settimane ci tornerò, ma la lascerò definitivamente a breve. La casa, Parigi, una vita, quella mia vita che ho sempre voluto vivere giustificazioni. A settembre poi vedrò.

Ho colonizzato la casa di Barbara e mi ci sono stabilita. La mia vita è ora appesa sui muri, la sua dentro agli scatoloni.

E aspettiamo una cassettiera da Pesaro, che avevo comperato all’ikea, un giorno che mi ero fatta di roba con un assassino di sentimenti.

Questa di Perugia è’ una casa lontano da tutto, lontana da una vita da perdere, dove anche se sono esiliata, posso pensare. Pensare a me.

. A Parigi ho fatto un servizio fotografico, un video con uno di una casa di moda. Poco tempo prima Nicoletta mi aveva scritto che “sei troppo vecchia per fare la modella” e così in tre giorni ho rimediato il lavoro. Nessuno lo sa, ma io in fondo lo so, che è per questo che l’ho fatto. Me ne hanno chiesto un altro, un altro fotografo, e ho detto di no, perchè questo si fa di eroina, e insomma si, questa è la Parigi che mi piace, ma è la Parigi che mi piace troppo. Quella che mi addormenta il cuore, che mi anestetizza i ricordi.

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Ho molti amici, anzi ho i miei amici a Parigi. Ho probabilmente il mio migliore amico a Parigi: un ragazzo con l’Hiv, gay che ha tanti di quei problemi che sto capendo ora che mi vuole li perchè io gli sembro la sua persona stabile. Lui sta con suo moroso da cinque anni, suo moroso ha una Bateau a Parigi ed è una persona normale. Hanno trovato un lavoro a Barbara, una casa a me, e praticamente se volessimo ci potremmo trasferire entrambe a Parigi l’anno prossimo. Barbara era venuta a passare una settimana a Parigi, e mi è sembrata una bambina persa in una città di ricordi e di bandierine che non era sua, ma mia. Ma l’amore è condividere, così ci ho provato. E’ stata con noi.

Ho pensato di comprare una casa a Parigi. Ho tre case in Italia, e circa 70.000 mila euro fermi in fondi. Altri soldi sparsi qua e la in azioni che non so, che comunque per un motivo valido potrei muovere. Ho pensato che se avessi davvero un programma nella mia vita potrei pensare di costruire qualcosa.

Ho altri amici a Parigi tutti importanti, Nicoletta dice che sono feccia invece io credo che siano persone di cui ci si possa fidare. Ho avuto trentanove di febbre per quattro giorni, e con trentanove di febbre non hai altro Dio che il letto.  Barbara era sempre su skipe con me, e se era al lavoro, con me c’era la mia coinquilina oppure l’altra mia migliore amica dentro casa a vagare.

Credo che Nicoletta non capisca un accidente di queste cose perchè ha sempre dovuto accudire gli altri, e nessuno ha mai accudito lei. A parte magari qualche psicologa o psichiatra, ma che per sfortuna sua ha sempre dovuto pagare, quindi non vale.

Ho molta fretta di vivere anche se non so bene come.

Ho sempre dei buchi: nel lavoro mi ero stufata di farlo gratis. Non mi bastava, mi sentivo frustrata e non appagata. Un lavoro è tale se hai una ricompensa economica. Basta dire  stronzate sulla legittimazione in campi vari e sul riconoscimento simbolico. Soprattutto mi sono stufata di essere ringraziata. I grazie mi sembrano delle dita in culo. Se non sei pagato non campi, e non campi non tanto perchè non mangi, ma perchè ti senti sfruttato.

Nell’amore è la stessa cosa: l’affetto e la famiglia non basta, il buon sesso ne è parte integrante. Se invece c’è sesso e l’amore a quel punto vuoi il riconoscimento. Nicoletta dice che siamo state una strana coppia ma non ne saremo mai stata una. Certo, perchè la sua benedizione non l’avrei mai avuta. Era molto più probabile che avessi avuto quella dei suoi figli, che la sua. Ma il pane non si fa solo con la farina. E lei era l’acqua.

E’ comunque rimane un po assurdo che proprio su niente io la pensi come lei, perchè nonostante tutto sento il suo cazzo di fantasma in tutto quello che faccio.

Una specie di angelo della morte, una specie di portasfiga. Mi ha detto che mi è molto grata per tante cose, ma che sostanzialmente è meglio che stiamo lontane. Le ho detto che le sono grata anch’io, ma sta cosa non è mica tanto vera. Le sono grata di che? Di essermi innamorata di lei? Ma quello mica è merito suo. Se ci innamoriamo di qualcuno facciamo tutto noi. Dal momento che mi sono innamorata di lei ho smesso di farmi. Ma l’ho fatto io, non lei. Tecnicamente sono molto più grata a Barbara che a Nicoletta, perchè Barbara c’è stata e mi ha aiutato tantissimo, con mio padre soprattutto.  A Nicoletta sono grata di avermi fatto avere il primo orgasmo. Oddio, ma si può ringraziare per degli orgasmi? E io quanti ne gliene ho fatti avere?

Difendi con amore il tuo passato. Si, di fronte agli altri. Davanti a te stesso, però, abbi il coraggio di vedere l’ipocrisia che hai preferito vivere. L’elefante in salotto non era di Nicoletta, ma era nei miei vestiti punk, era nelle mie diete assurde, nei miei viaggi in treno, nei sorrisi a suo marito. E anche nei consigli chiesti qualche settimana fa, come se davvero me ne fregasse qualcosa di quello che pensa ancora, o se credessi a quello che dice. Una volta amiche, una volta ex.

 

 

Puoi solo essere felice

Vorrei premettere che non sono triste. Non sono triste perche’ non ho un tumore. Dunque il mio primo punto cardine e’ che si puo’ essere triste solo se si ha una malattia che ti manda a puttane la vita.

Sono continuate a morire persone nel fraattempo. Si sa, muoiono. E’ morta la mia prof. del liceo. quella puttana che mi ha denunciata e mandata in comunita’ a quindici anni. Quanto abbiamo discusso. E poi non ci siamo salutate piu’. E poi sono uscita. E poi mi sono drogata. E poi, il suo tumore, tanti tumori. E poi click. 

Aveva la stessa eta’ di mio padre quando click, e’ morto anche lui.

Anche il padre della mia coinquilina e’  click morto: e anche sua sorella ha un tumore a entrambe le mammelle. Asportate, e in chemioterapia.

Bisogna essere felici. Non e’ che puoi scegliere, la cosa e’ MOLTO facile, bisogna essere felici.

Anche il mio cane sta morendo di tumore, come il gatto della mia compagna e come quello della mia migliore amica.

La mia padrona di casa si opera la prossima settimana e mia zia si e’ operata la settimana scorsa sempre per togliere un tumore benigno dall’utero. 

Non possiamo non essere felici. Non possiamo prendercela se qualcuno non ci vuole, non possiamo non riprovarci, e non possiamo non fare quello che vogliamo. Non possiamo non provare a essere felici. 

Non possiamo nemmeno stufarci di provare a essere felici.

Dobbiamo essere felici.

Prima del click.

Tu non sei benedetta

Mi piace l’idea che il presente non sia piu’ presente. 
Che il passato stia li e faccia male. 

Che la mattina non esista; che l’orizzonte segni una linea ben definita sopra la quale prima delle 14.00 io non guardo assolutamente. 

In Italia, in Francia, questo succede dappertutto. 

E quando esiste la mattina- nei giorni come oggi – quando il mondo torna al suo posto – capisco quanto mi abbiano stancato gli ultimi dieci anni. 

Non era assolutamente cosi’ che volevo vivere. 

Non era la sveglia alle sette, non era il tabbacchi e il caffe alle nove, non erano i treni alle nove e quaranta. Non erano nemmeno le pere alle dieci e all una e alle sette e alle dieci. Non era nemmeno l’asilo alle nove il pranzo la scuola la cena il letto e il sesso. Non era il bar a parigi, la casa. Non era nemmeno l’attesa di essere chiamata per andare a qualche evento o qualche sfilata sapendolo un ora prima. Non era colpa di nessuno, era un cadere e riprovarci. Semplicemente. 

Prendi prima che ti tolgano perche’ tu non sei benedetta: “La vita e’ perfetta perche’ la vita  ti aspetta” e’ un po’ una stronzata. 

Succede ad esempio che ti ammali soffri tanto e muori due mesi prima di prendere la liquidazione di 40 anni di lavoro statale. 

E’ successo a mio padre, ma credo succeda a cosi tante persone che noi facciamo finta di non saperlo perche’… perche’ ci piace cosi’.

Io stessa ho sempre detto alle persone a cui tengo che non e’ mai troppo tardi: che si puo’ ricominciare a vivere a quaranta, o anche cinquantanni. 

Che la vita ti aspetta. 

Dove abita la prima volta.

Non soffro piu’ come prima. 

Mi lascio completamente andare ai miei sbalzi d’umore, alle mie idee impetuose, alle perdite della storia e alla storia persa confusa e dimenticata… ai saluti, ai ritorni, ai nuovi addi. Che se ne vanno senza salutare, come a fare meno male. Alle persone cambiate, o ai cambiamenti di persone. 

Chissa’ dove abitano i compromessi. O dove vorrebbero abitare per lo meno? Io non li ho mai invitati. Non li ho mai voluti. Non sono mai stati qui da me.

Come essere sulle montagne russe da mesi, come andare in barca per giorni e giorni: non soffri piu’ il mal di mare, non hai piu’ paura del vuoto che c’e’ sotto di te.

E’ senza controllo quel vuoto. 

Quel vuoto che ho e abbiamo sempre voluto controllare. Riempire. Ora e’pieno di vuoto. E non ho intenzione di vuotarlo. Va bene cosi. Straborda di niente.

Chissa’ dove abita la prima volta. Quella volta si, quella volta della paura, quella volta dell’ebbrezza e della brezza sul viso mentre cadi nel vuoto, e quella volta che fai l’amore senza saperlo fare. Ma poi lo fai benissimo. Quella volta che ti presenti e dici “piacere veronica”, quella volta che ti emozioni e ti innamori. Chissa’ dove abita la prima volta quella che c’e’ prima della caduta. 

Cadi cosi bene la prima volta. 

E poi cambi. 

Non soffro piu’ come prima. 

Chissa’ dove abita la prima volta. Devo cercarla perche’ la vorrei un altra volta. 

La prima volta.

Sbalzi d’amore

Sbalzi d amore. sbalzi d’umore. dolce per sesso. dolce per scherzo. 

Il giusto peso alle cose. Il giusto peso alle case. La casa della nonna. La cosa della nanna.

I messaggi in prima linea. I messaggi senza linea. La linea rossa. La rosa rossa. 

L’amore fatto. Il fatto d’amore. Il fare l’amore. Il farsi d’amore. L’amarsi di fatto. 

Gli sbalzi d’amore. Di fatto. Di umori. Gli sbalzi di umori.

Amor Proprio

Sono a Parigi da dieci giorni, e forse da quando è morto mio padre è il periodo più difficile della mia vita.

Sto ripensando a tutto, a tutto quello che voglio davvero fare, a tutto quello che davvero mi piace fare. E’ come se niente di quello che facevo prima mi soddisfa veramente e mi piaccia veramente. E’ come se nulla di quello che mi apparteneva prima è davvero parte di me.

Ad esempio l’amore. Non sono più in grado di dare l’amore revenziale che davo prima. Non sono più in grado di amare incondizionatamente come amavo prima. Voglio e pretendo. Non sono più in grado di rincorrere. Non sono più in grado.

Da quando sono qui, ho ripensato a tutto. Anche all’eroina. Non che ci sia nulla di male. In fondo, fa parte della mia storia. Ho ripensato a me. Ho ripensato a Nicoletta. Ho ripensato a mia madre, a Barbara, a Pesaro, a Perugia, alla vita degli altri, a quella che non voglio.

Non c’è più nemmeno una vita degli altri che desidero.

Purtroppo non desidero nemmeno la mia vita, quella che faccio adesso per lo meno.

Ho ripensato alle critiche, ai sorrisi, alle sigarette, agli ospedali, alla musica, alle botte, alle offese, ai tempi, ai ritardi, al freddo, alle cose mai dette. Alle cose. Alle fotografie. Ho ripensato alle persone. Ho ripensato ai girotondi. E ho ripensato alle strategie. Ho ripensato all’amore. Ho ripensato alla rabbia, al trattenere la rabbia. Ho ripensato a come perdere tempo, al sapere e al voler non sapere.

Ho pensato al fatto che ho sempre voluto sapere.

Ho pensato ai propri progetti. Ai legami.

Ho pensato al “tutti i costi”. E alla “rassegnazione”. E all'”impotenza”, e ai sorrisi.

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